L’anno zero

Il momento è difficile,la situazione in continua evoluzione,e non sempre appaiono chiare le scelte del Governo,che restano motivo di preoccupazione per l’intero sistema economico nazionale.  Resta difficile immaginare quali saranno le effettive conseguenze del virus nel nostro paese,sia sul piano economico  che su quello sociale. Proviamo ad analizzare quali potrebbero essere le prospettive future che ci aspettano nel dopo emergenza. Diversi e molteplici sono i settori economici che sono stati investiti da questo tsunami ,e per questo risulta assai difficile avere un quadro di insieme chiaramente definito per le conseguenze che ci attendono nel futuro prossimo,come  quello medio  e lontano. Occorre inoltre distinguere fra le conseguenze a breve,medio e lungo termine,secondo scenari condizionati dal perdurare o meno del contagio,oltre che sugli effetti che andranno a ricadere sui diversi settori produttivi,direttamente o indirettamente interessati,oltre che sul sistema economico nazionale nel suo complesso. Occorre poi considerare scenari temporali di lungo periodo,che tra l’altro sono anche quelli più negativi per la nostra economia,perché non siamo ancora in grado valutare pienamente.Fintanto che le dinamiche sanitarie,e quindi economiche,non saranno chiaramente definite,non si potrà parlare di pandemia economica,e forse neanche di quella sanitaria. Per quello che concerne il breve periodo l’impatto economico si limiterà ad un calo dei ricavi e dei margini di profitto,senza gravi rischi di default economico del Sistema Italia. A questo si deve aggiungere che se lo scenario internazionale non dovesse mutare,riproducendo in altri Paesi del mondo occidentale quanto già accaduto nel nostro Paese,ovvero più controlli e più tamponi,sia per il nostro,come per gli atri Paesi,la perdita del PIL avrebbe conseguenze comunque importanti.Stimare la perdita la perdita di reputazione,e di credibilità della nostra economia,,del Made in Italy e dei suoi prodotti,non è facile,trattandosi di un capitale ad alto contenuto simbolico e di tipo immateriale. Un valore che non si può,e non si deve riassumere in quella ignobile immagine di un pizzaiolo che si appresta a preparare una pizza infetta,diffusa da alcuni siti  francesi,diversi giorni or sono. Le scuse delle più alte cariche francesi non devono bastare,considerato il danno economico e di immagine che comunque è stato perpetuato,e rimbalzato sull’intero mondo,economico o di immagine. Al di là del danno al Made in Italy, che comunque rimangono evidenti,restano  i danni  economici  di chi sta investendo distretti produttivi ,direttamente o indirettamente colpiti dalla presenza del Coronavirus o Covid-19 che dir si voglia.In base ad una prima e approssimativa stima dei danni,gli ambiti interessati sono senza dubbio il turismo,l’industria manufatturiera,la moda e il tessile,le attività culturali,l’industria agroalimentare e la produzione enologica. Lombardia,Veneto ed Emilia Romagna sono poi le regioni sulle quali si avvertiranno i danni,con le inevitabili ripercussioni. Da sole queste tre regioni contribuiscono per il 40 per cento al PIL nazionale.La Pasqua è alle porte e già si stimano i danni per almeno duecento milioni di euro. A questi si aggiungere quelli dell’industria,in particolare quella meccanica,la componentistica auto,che vede nel Veneto e la Lombardia le aree leader della componentistica per le auto,già interessata dal calo di produzione tedesca,dove spira un venticello di recessione. La moda,settore di punta anche per l’immagine internazionale del nostro Paese,che da sola vale almeno novanta miliardi di euro,dove si stima una perdita di circa 1,8-2 per cento. L’industria tessile,che ha una  parte consistente della sua produzione globale  in Cina,e da lì si collega a Prato,anche per la fornitura di tessuti ai grandi stilisti dell’alta moda,che sta registrando  un’aumento dei costi per le materie prime ed i semilavorati . L’industria agroalimentare,che ha una  sua colonna portante nel lodigiano e nella Lomellina,oltre che nel cremonese e nelle province di Bergamo e Brescia,dove vi sono cinquecento aziende agricole dislocate nella cosiddetta “zona rossa” ,dove si contano circa centomila capi di bestiame,senza dimenticare il settore enologico,vero punto di forza con i suoi due miliardi di euro di fatturato. La speculazione politica in queste circostanze non paga. Sì ad interventi,ma che devono essere oculati. Pensiamo al mondo del lavoro autonomo,soprattutto a quello delle professioni non ordinamentali,oggi investito dalle conseguenze dell’epidemia in corso,alla pari,se non di più,di altri settori produttivi. Procedure che sino a ieri avevano una certa rilevanza interna,come nel caso delle pratiche di autorizzazione amministrative per nuovi insediamenti produttivi,che oggi diventano ancora più importanti nella gestione di attività professionali e commerciali verso l’estero. Tra l’altro mi sento di suggerire di allargare la platea di discussione anche ai poco ascoltati lavoratori autonomi della micro impresa,che costituiscono l’ossatura economica portante del nostro Paese.L’eccezionalità della situazione in cui nostro malgrado ci troviamo può rappresentare una straordinaria opportunità per migliorare il sistema Paese. L’Italia può rialzare la testa,tornare a contare nei palazzi del potere internazionale,ma  dobbiamo crederci  per davvero e far sentire,alta,la nostra voce di cittadino e di elettore.

Aldo A.

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