L’Italia non è di acciaio ?

Segnali di consolidamento ,con avvisaglie di una inversione di tendenza,arrivano dalla filiera dell’acciaio nazionale,che lo scorso anno ha mantenuto,e in certi casi migliorato i propri risultati economici e operativi  rispetto al 2017. Restano presenti alcune criticità che devono essere rapidamente affrontate,in una prospettiva di rallentamento della congiuntura economica. Una di queste è la riduzione del valore aggiunto sul fatturato,la perdita di redditività dei centri di servizio,seppure dopo un biennio soddisfacente,la leggera flessione della redditività sulla vendita,la carente solidità di alcuni comparti come quello della distribuzione e del commercio di rottame e ferroleghe. Questo è quanto emerge dallo studio presentato ad ottobre di quest’anno da Gianfranco Tosini,Ufficio Studi Siderweb,e realizzato in collaborazione con i professori Claudio Teodori e Cristian Carini dell’Università degli Studi di Brescia,che valuta la situazione reddituale,finanziaria e patrimoniale delle imprese siderurgiche nazionali attraverso la lettura e l’interpretazione dei dati del bilancio dell’esercizio finanziario 2018. L’appuntamento è giunto all’undicesima edizione e quest’anno risulterà ancora più dettagliato con l’inserimento dei dati del taglio e la lavorazione della lamiera,i dati economici contabili consolidati dei principali gruppi siderurgici italiani. I bilanci complessivamente analizzati sono stati 5.500,contro i 4.500 del 2017,così ripartiti :1.800 della filiera “stretta” (produzione acciaio e prima trasformazione,centri servizio,distribuzione,commercio di rottame e ferroleghe ,taglio e lavorazione della lamiera),3.200 della filiera “allargata” (utilizzatori) e 500 gruppi e imprese estere della produzione e distribuzione dell’acciaio. La fotografia scattata a fine 2018 presenta ancora una situazione nel complesso positiva,con una redditività e fatturati in crescita rispetto all’anno precedente. Tuttavia da alcuni mesi a questa parte la ripresa globale non è più la stessa,anche a causa dell’incertezza  creata dalle tensioni politiche e commerciali. Dobbiamo fare i conti con un mutato contesto nazionale e internazionale,che richiede una maggiore attenzione e una visione più attenta ai mercati internazionali. Il fatturato totale della filiera siderurgica in senso stretto  nel 2018 è stato di circa 71 miliardi di euro,erano 64 nel 2017,con un più 11,3 per cento rispetto al 2017. Il reddito netto è ammontato a 1,8 miliardi di euro,contro 1,6 miliardi del 2016 ed un reddito netto di 1,6 miliardi. Come sottolinea nel suo editoriale “bilanci d’acciaio 2019″ Emanuele Morandi,presidente di Siderweb”,la filiera dell’acciaio,asse portante e spina dorsale dell’intera industria manufatturiera,ha bisogno bisogno di tutto meno che di incertezza e decrescite infelici . Una vera svolta green richiede di partire da un approccio pragmatico realistico,che si proponga obiettivi chiari  e perseguibili”. Nel 2018 la produzione di acciaio è aumentata dell’1,9 per cento,in rallentamento rispetto all’incremento del 3 per cento dell’anno precedente. La decelerazione del tasso di crescita è stata provocata dalla contrazione della produzione di laminati piani (-1,6 per cento),mentre la produzione di laminati lunghi è cresciuta del 4,1 per cento. La produzione di acciai legati è aumentata più della media,toccando un nuovo massimo storico,con un’incidenza sulla produzione totale che è salita al 23 per cento. Le importazioni dei prodotti siderurgici ,compresi semilavorati,lingotti e prodotti di prima trasformazione,si sono attestate a 20,8 milioni di tonnellate,con un incremento del 4,7 per cento rispetto al 2017. Lo scambio con l’estero è quindi negativo per 3,3 milioni di tonnellate,contro le 2,3 milioni di tonnellate dell’anno precedente. Le previsioni del 2019 prevedono una fase di rallentamento dell’economia globale per il protrarsi delle tensioni commerciali e del ciclo economico,dovute principalmente alla Cina che ha aumentato la produzione di acciaio di oltre il 9 per cento,a fronte di una riduzione della Germania del 4,4%,dell’Italia del 4,5 per cento ed una media UE del 2,9 per cento. In buona sostanza la guerra commerciale USA-Cina vede come prima vittima la UE e la nostra Italia che paga l’incompetenza o negligenza di una classe politica inetta,se non peggio.

Aldo A.

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