LINGANNO DELLA MORTE CEREBRALE.

L’inganno della “morte cerebrale”!


Marcello Pamio

Il 5 agosto del 1968 un Comitato ad hoc della Scuola di medicina di Harvard pubblicò un rapporto che gettò le basi per la diffusione nel mondo di una nuova definizione di morte: il paziente non era più considerato morto solo dopo la cessazione delle funzioni cardiache e circolatorie (quindi anche respiratorie e del sistema nervoso), ma bastava l’assenza di attività dell’encefalo per dichiararlo morto!

Le conseguenze di questo Rapporto sono epocali e a dir poco spaventose: se la misura della VITA è l’attività cerebrale, allora diventa “normale” considerare morti e non degni di cure tutti gli esseri umani, compresi i bambini (il piccolo Alfie Evans è l’esempio perfetto) con qualche “limite” cerebrale.
Ma la «morte cerebrale» è un’imitazione della morte, NON è morte reale!
Purtroppo tale definizione è molto utile alla potentissima lobby degli espianti, che spinge nel guardare al corpo delle persone (con il sistema circolatorio attivo) come ad una fabbrica di pezzi di ricambio!

Siccome non è possibile espiantare gli organi da un cadavere, per farlo c’è bisogno di una persona viva, che però bisogna chiamare morta per giustificare tale prassi.
Così facendo però la Vita esiste ed è degna solo per la persona che ha funzioni cerebrali almeno minimamente attive, altrimenti perde di dignità e si può smembrare.
Questa agghiacciante visione ha eliminato de facto la concezione dell’anima!

Morte cerebrale: un’invenzione medico-legale.
Evidenze scientifiche e filosofiche

A maggio scorso si è tenuto a Roma il Convegno internazionale, organizzato dall’Accademia Giovanni Paolo II per la Vita umana e la Famiglia – JAHLF (un’organizzazione laica, non-governativa indipendente), dal titolo inequivocabile: «Morte cerebrale: un’invenzione medico-legale. Evidenze scientifiche e filosofiche».
Nonostante la becera propaganda veicolata dai media mainstream sulla donazione/espianto di organi, a livello mondiale sono numerosissimi gli scienziati, teologi e filosofi che avanzano enormi riserve, sollevano dubbi ed esprimono ferme obiezioni e critiche sia nei confronti del criterio della “morte cerebrale”, sia nei confronti della pratica di espianto-trapianto di organi.

Queste voci, anche se autorevolissime, ovviamente non trovano spazio nei media. Lo scopo del congresso era proprio quello di farle sentire.
Per esempio il filosofo Josef Seifert ha aperto i lavori dedicandosi a denunciare l’assoluta mancanza di giustificazioni di ordine scientifico alla base della decisione del «Comitato ad hoc di Harvard» che nel 1968, propose-impose il nuovo criterio di definizione di morte, sganciandolo dalle attività respiratoria e circolatoria, e fondandolo unicamente sul riconoscimento della cessazione delle funzioni cerebrali! Questo è il punto cruciale!
Le uniche due motivazioni addotte dal Comitato furono esclusivamente di carattere pragmatico ed utilitaristico: sollevare da una parte la collettività dal peso di numerosi pazienti mantenuti nelle strutture ospedaliere in condizioni di assenza di coscienza e dall’altra sgravare i medici espiantatori dal rischio di essere accusati di omicidio nei confronti dei pazienti “donatori”.
«La morte cerebrale – ha detto Seifert – è una delle maggiori vergogne della medicina», responsabile dell’uccisione di migliaia di persone a cui vengono tolti gli organi “da vive”.

Il neurologo Thomas Zabiega ha sottolineato come la morte cerebrale non sia altro che una diversa definizione di quella condizione denominata da Mollaret e Goulon nel 1959 «coma dépassé», cioè «coma irreversibile». Si è poi soffermato sull’inaccettabilità morale di criteri di ordine utilitaristico ed emozionale, esulanti da adeguate valutazioni di natura rigorosamente razionale.

Cicero G. Coimbra, neurologo e docente di neuroscienze all’Università Federale di Sao Paulo (Brasile), ha descritto la «penumbra ischemica globale» che si verifica quando il flusso di sangue al cervello si riduce dal 20 al 50% dell’apporto normale. In pratica il cervello risulta silente all’esame neurologico solo perché non ha sufficiente energia per sostenere l’attività sinaptica, ovvero la comunicazione tra i neuroni. Ma questa silenziosità per il Sistema è funzionale…
Si tratta di silenzio neuronale ma NON di morte cerebrale, il cervello se curato può riprendersi perché i neuroni sono vivi. Quindi il vero problema sorge con i test invasivi per la dichiarazione di “morte cerebrale”, il più pernicioso dei quali è il “test dell’apnea”, ovvero lo spegnimento del respiratore.
In genere lo spengono per 10 minuti per dimostrare che il paziente non può respirare da solo e quindi è morto. La realtà come sempre è diversa: i centri respiratori silenti non possono funzionare perché sono in «penumbra ischemica». Ma con lo spegnimento del respiratore il 40% dei pazienti ha un crollo del flusso sanguigno che distrugge i centri respiratori e produce un danno cerebrale irreversibile. Ecco perché il test dell’apnea deve essere abbandonato!
Per esempio anche se il piccolo Alfie era vivo, invece di ricevere la tracheostomia e le cure, i medici hanno deciso di farlo morire. Quando poi lo hanno visto respirare per quattro giorni anche senza la ventilazione, i medici, pur sorpresi, sapevano che avrebbe faticato a riprendersi senza cure adeguate…

Il dottor Paul Byrne, neonatologo statunitense ha operato una variegata rassegna di casi (da lui seguiti in prima persona) di individui strappati alle procedure di espianto, e ora vivi e vegeti.

L’anziano pediatra non ha mezze misure: «Non ha senso essere ‘donatori’: ogni organo è preso da un essere vivente».
«Nel caso di persone veramente morte le si porta in obitorio, non in sala operatoria, somministrandole accuratamente farmaci immobilizzanti. Questa si chiama vivisezione.

 

Per maggiori informazioni

«Lega Nazionale contro la Predazione di organi e la morte a cuore battente»
http://www.antipredazione.org/comunicatistampa/2019_05_02_n.9_Convegno-internazionale-contro-la-morte-cerebrale.htm

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