Dritti al punto : stiamo vivendo il periodo storico meno adatto per continuare a definire il Primo Maggio una festa dei lavoratori. Dai palchi di tutto il mondo ieri attori politici e sindacali, attivisti e personalità della società civile hanno raccontato il senso di questa giornata. Ricordando le conquiste storiche che la lotta e l’unione dei lavoratori hanno portato avanti per garantire un equo salario, un giusto orario e un’armonizzazione del mondo del lavoro,dello stile di vita di ognuno di noi.
Il due maggio
Dal palco di piazza San Giovanni sono stati lanciati messaggi di unità, incitamenti “alla lotta”, parole di comodo contro le diseguaglianze e contro la deriva disumanizzante e contro il capitalismo. I sindacalisti confederati si sono abbracciati per fare qualche foto. Poi, oggi,magicamente tutto tornerà come prima. Perché ci sono alle porte le elezioni europee. Perché nessuno ha troppa voglia di mettere i manovratori di oggi davanti alle contraddizioni più evidenti. Perché ognuno continuerà a curare il proprio piccolo interesse, Perché nessuno, in fin dei conti ha davvero troppa voglia di riflettere, di metterei manovratori davanti alle contraddizioni più evidenti. Perché ognuno vorrà continuare a curare il proprio piccolo interesse personale. Perché nessuno, in fin dei conti, ha davvero troppa voglia di riflettere per davvero su cosa vuol dire lavoro oggi e cosa fare in modo che questa parola, domani, possa avere ancora un senso. Parlare di lavoro oggi significa prima di tutto riconoscere la portata del problema che ha bisogno di strumenti nuovi per essere affrontato seriamente. Dimentichiamoci le utopie sulla fine del lavoro e sulla società post-lavoro. Stiamo vivendo dentro una realtà in cui questo concetto ha perso di significato ma al tempo stesso, purtroppo, non possiamo ancora farne a meno. Se nel novecento ci si poteva permettere di far orientare tutta la propria esistenza attorno al lavoro che si sceglieva di intraprendere ,e se nei primi anni Duemila , sulle ali dell’entusiasmo della crescita dovuta alle infinite possibilità delle nuove professioni legate alla tecnologia, si poteva ancora in un qualche modo credere ai racconti sul lavoro liberato dai vincoli di spazio e del tempo oggi, negli anni venti del terzo millennio, dobbiamo affrontare seriamente l’idea che quello che facciamo non determina quello che siamo, ma sempre di più fondamentale per garantirci uno straccio di sopravvivenza. Dobbiamo partire da qui, dalla sopravvivenza. Da uno stipendio o da un cumulo di fatture messe insieme unendo i clienti più disparati,che non garantirà più un’esistenza degna. Da un costo della vita che cresce a scapito di salari e commesse sempre uguali,che anzi si contraggono perché le aziende non crescono, quindi non investono e così via. Da esistenze tradite perché scoprono ogni giorno che il merito e l’impegno non garantiscono accesso a professioni in grado di soddisfare le proprie necessità materiali e bisogni immateriali come la soddisfazione personale quotidiana.La possibilità di costruire un progetto di vita che possa guardare più lontano che al giorno dopo. L’errore della politica è qui evidente. Che sia di destra,di sinistra , o post politica, gli ultimi trent’anni hanno totalmente svuotato e snaturato sia il senso della parola “lavoro” , sia il senso della “lotta” .Banalmente, se non si sa per cosa lottare che senso ha farlo? In fondo stiamo vivendo un periodo storico assurdo in cui ognuno di noi è a più livelli impegnato in una occupazione primaria che non garantisce un livello di vita all’altezza delle proprie aspettative. A fronte di questo corto circuito che si auto-alimenta, si crea la necessità di arrotondare mettendo a disposizione il proprio tempo-non-più libero. Una stratificazione di occupazioni secondarie. In una parola :lavoro in nero. Qui non è una questione di “lavorare meno per lavorare tutti” ma si tratta di dare un senso alla nostra non-esistenza. Le scelte politiche degli ultimi anni hanno perso di mira la vera centralità: il lavoro,quello vero,che alimenta il consumo e che, di ritorno, alimenta le casse dello Stato. Che poi è quello che garantisce una crescita competitiva. Cosa questa non accaduta negli ultimi dieci anni,almeno. Senza di questo il Primo Maggio non ha senso se non per salire sul palco e fare tanta retorica a buon mercato, tanto cara al Presidente Mattarella.
Aldo A.

Berlusconi rischia di fare da tappo a quello che loro definiscono centro destra ma che invece è da considerare la nuova DC senza l’ala sinistra di demitiana memoria. Lo ribadisco per l’ennesima volta: Solo Piero può darci una vera alternativa alla sottomissione alle lobby che governano nei palazzi di Bruxelles e Strasburgo, solo Piero ci potrà dare nuova dignità di Popolo e di Stato. A nessuno frega dei nostri figli e del loro futuro. Chiacchiere a parte.