LA GUERRA E’ PACE.

Alcuni bambini sono più uguali di altri.
Sono versi ispirati di getto qualche tempo fa dall’acuta osservazione di mio figlio sull’ossimorica narrazione della “guerra di pace”, nella schizofrenia della condanna dei bambini soldato in Africa e al contempo la celebrazione della bambina ucraina con il leccalecca in bocca che imbraccia il fucile (come fa notare Sara Reginella, esperta di Donbass e psicoterapeuta, c’è molta patologia nell’armare per la pace). La consapevolezza geopolitica, la logica aristotelica, la saggezza, sono patrimonio di ogni bambino fintanto che la sua mente è immune alle pervasive sovrastrutture di una putrefatta adultità. Del resto, un Piccolo Principe disse che tutti sono stati bambini una volta ma pochi se ne ricordano. Il bambino siriano potrebbe essere quello yemenita (6.500 uccisi anche dalle bombe italiane, per un totale di circa 400mila morti e 4 milioni di profughi della guerra ribattezzata dalla neolingua occidentale ‘rinascimento arabo’), afgano (oltre 6.500 bambini ammazzatie 15.000 feriti solo fra 2009 e 2018), serbo (79 bambini massacrati dai 78 giorni di “bombardamenti umanitari” NATO e il resto condannati dall’esposizione all’uranio impoverito), del Donbass (14mila morti in 8 anni di cui 300 bambini), iracheno (500mila bambini morti a causa delle sanzioni fra il 1991 e il 2003, più che ad Hiroshima, massacro di fronte al quale la risposta della Albright, segretaria di stato USA dell’amministrazione Clinton scomparsa alla vigilia del ventitreesimo anniversario dell’aggressione Nato alla Jugoslavia, fu più o meno “ok il prezzo è giusto”, “the price is worth it”, sì ne valeva la pena). Ma come insegna Orwell, alcuni bambini sono più uguali di altri e alcune guerre più guerre di altre.

Una guerra del cui ripudio costituzionale (art 11) non solo si è fatto stupro e carta straccia, come di tutti gli altri articoli che regolano i principi fondamentali in questi due anni di apocalittico e impudico svelamento del piano di ristrutturazione globale e antropologica in senso feudale attuata dalle psicopatiche élite al potere (e che sta rapidamente trasformando le masse in peso sempre più inutile, gli useless eaters di Kissinger, tramite l’automazione e la deficienza artificiale), ma che è divenuto vessillo di una tavola di valori rovesciati: dalla “distruzione creativa” alla “guerra pacificatrice”, passando per il “veleno salvifico” e l’”obbligo con consenso”, il salto dell’unico neurone rimasto nel cervello lavato dell’italiota intriso di propaganda bellica e di discriminazione normalizzata è facile. Indolore. Insapore. Incolore. Come l’adesione alla NATO come nuovo dogma. Sicuro ed efficace, come il non-vaccino, come le non-bombe elargite a pioggia, a battesimo buono e giusto. Ha ben detto Paolo Borgognone: siamo un paese colonizzato che fa il colonialista con gli altri e la Russia è forse l’ultimo bastione in difesa proprio di quei valori ‘cavallereschi’ (onore, fedeltà, onestà e signorilità) che erano un tempo i nostri, quelli dell’occidente ormai in declino, nonché unico argine alla globalizzazione.

Il sonno della ragione genera mostri, ammoniva l’incisione di Goya. E così, di mostro in mostro, di distopia in distopia, di emergenza in emergenza (il terrorismo ha gentilmente ceduto il passo alla pandemia che ora lo cede alla guerra delle guerre), il Great Reset di Davos si configura innanzitutto come reset intellettuale, con l’immersione nel metaverso che, parafrasando Baricco, sfila via i fatti dalla realtà lasciandoci solo storytelling.

Alla militarizzazione della lingua ci hanno abituati da due anni tra “coprifuoco”, “guerra alla disinformazione” e “chiamata alle armi contro le fake news”, come dice Calvino “Dove si fa violenza al linguaggio è già iniziata la violenza sugli umani”, mentre proprio l’impoverimento del linguaggio è secondo Cristophe Clavé fra le cause dell’improvvisa diminuzione del quoziente intellettivo medio della popolazione mondiale (inversione dell’effetto Flynn) rilevabile negli ultimi venti anni :“Non c’è bellezza senza il pensiero della bellezza”. Ed ecco la parola, il racconto, la narrazione. La “Grande narrazione” (The Great Narrative) di Klaus Schwab (di gennaio 2022 ), che dopo averci detto nella “Quarta Rivoluzione Industriale” (del 2016) e poi nel “Grande Reset” (del 2020) che non possederemo nulla e saremo felici – non solo nessuna proprietà e quindi neppure il pane che i caritatevoli presìdi continueranno ad elargire solo ai possessori di Ahnenpass, ma neppure più il nostro corpo grazie alla fusione trans e post-umana delle nostre sfere “fisica, digitale e biologica” – ora ci mostra ancora chiarissimamente il vero significato delle parole “resilienza”, “sostenibilità”, “inclusione”, gretinamente e ciecamente svuotate e ribaltate nella “political correctness” che l’antropologa Ida Magli definì “la forma più sofisticata di lavaggio del cervello che i governanti abbiano mai imposto a i propri sudditi”: quello degli odierni narratori oligarchici si configura nelle loro stesse parole come “sforzo collaborativo dei principali pensatori del mondo per modellare prospettive a lungo termine e co-creare una narrativa che possa aiutare a guidare la creazione di una visione più resiliente, inclusiva e sostenibile per il nostro futuro collettivo”. A proposito di furti di parole.

«La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate.».
Gilbert Keith Chesterton, Eretici, 1905

La cancellazione del passato.
Mentre Julian Assange riafferma la propria umana (r)esistenza sposandosi in condizioni di prigioniero per aver detto la verità nel dissociato mondo in cui viviamo secondo le regole del bipensiero del Socing, ecco che ce l’hanno fatta: hanno trasformato il presente nel coagulo distopico orwelliano dove moderni Winston Smith obliterano il passato per possedere il futuro (“Chi controlla il passato, controlla il futuro: chi controlla il presente, controlla il passato”) nella frettolosa cancellazione dagli archivi di giornali mainstream di articoli del 2014 sulla carneficina dell’Euromaidan il colpo di Stato naziucraino in Donbass preparato e finanziato dagli USA; persino la pagina Wikipedia dedicata alla strage della Casa dei Sindacati di Odessa del 2 maggio 2014, tra il 29 e il 30 marzo è stata radicalmente modificata da ‘strage’ a generico ‘rogo’ con l’eliminazione di ogni riferimento alle precise responsabilità dei gruppi nazisti e nazionalisti ucraini (fra cui aver bruciato vive, sgozzato e finito a sprangate oltre 40 persone, superando ogni livello di disumanità nello strangolamento di una donna incinta con un cavo del pc e filmando l’atrocità con frasi di dileggio sulla “mammina russa e il suo figlioletto”, come pochissimi giornalisti hanno riportato, di certo il compianto Giulietto Chiesa con molti suoi documentari su quello che aveva definito un “Progrom programmato”, fra cui Odessa, 3anni per PandoraTv); o nella cancellazione di documentari sulla abominevole sepoltura dell’infanzia nei due minuti di odio russofobo impartito nelle scuole dove si vendono dolcetti di “sangue di bambino russo” (del resto nei libri di testo ucraini ai bambini viene insegnato a odiare la Russia, come denunciato dal ministro dell’istruzione russo Kravzov) e nei campi estivi di addestramento alla guerra per bambini e adolescenti (come denunciò The Guardian in un reportage del 2017 Ukraine’s far-right children’scamp) con una iconografia sfacciatamente banderofila (al nazista Stefan Bandera si ispira il battaglione Azov e buona parte di quelli che costituiscono il cosiddetto ‘esercito’ ucraino) e spesso satanista (manufatti satanici sono stati ritrovati accanto a quelli nazisti) alla luce del sole nero (Schwarze Sonne) e di un nazismo sdoganato dagli ‘antifascisti’ di casa nostra e ora acquistabile persino su amazon da felpe a tazze con logo del battaglione. Del resto, non tutti i nazisti sono uguali, esistono i nazisti buoni, come quelli di cui fa romantica apologia un incommentabile Gramellini senza destare dal sonno le dormienti platee di sinistrati pacifinti che acclamano l’ex attore, così democratico che ha appena sospeso tutti i partiti di opposizione e chiuso tutti canali tv non allineati, con persecuzione e persino incarcerazione per i blogger che osino dissentire ( Gleb Lyaschenko rischia 8 anni di prigione per aver scritto “Per 8 anni la Russia ha chiesto e persino implorato l’Ucraina di cambiare rotta… L’Ucraina ha rifiutato per 8 anni. Ed ecco il risultato”.)

La menzogna e la carneficina (dei cervelli).
Tutto fa brodo nel metaverso de-cognitivizzato delle masse suddito, prima covidiotizzate ed ora ucretinizzate dalle sempre più grossolane mistificazioni del Narratore Unico, tra fucili di cartone, crisis actor colti nella preparazione del trucco (con tanto di esposizione dell’inganno), improbabili giornalisti con elmetto di ordinanza che ha sostituito la mascherina con tranquilli passanti o turisti accanto o peggio sfondi di ologrammi che sconfinano tagliando la spalla in primo piano, la stessa modella-blogger incinta usata come vittima in diversi set (con 7 vite come i gatti), il crollo di una scala mobile della metro di Roma del 2018 spacciato per bombardamento russo su Kiev, sequenze tratte da videogiochi o persino episodi di Star Wars diffusi nei tg nazionali come attacchi russi, sfilate aeree di anni precedenti o teatri di altre guerre ed altri tempi fatti passare per attuali, carri armati ucronazi (non russi) che calpestano spietati automobili, fino al missile Tochka-U lanciato dai battaglioni nazionalisti sui civili di Donetsk (intercettato dall’antimissilistica russa che ne ha limitato i danni, ma che ha fatto comunque strage di persone in coda per la pensione, 20 morti e 28 feriti gravi inclusi bambini donne e anziani) spacciato per “massacro a Kiev presumibilmente perpetrato dall’esercito russo”… La Stampa è stata subito querelata dalla testata Ura.ru per aver usato la foto di un suo fotoreporter all’indomani dell’attacco, ma anche denunciata in sede ONU dalla Russia, per un falso che il prof Angelo d’Orsi definisce, in una lettera di addio al giornale di cui è storico collaboratore da molti anni, il punto più basso del giornalismo italiano “Avete toccato il fondo della disonestà giornalistica. State spingendoci verso la terza guerra mondiale”. Per inciso, anche Manlio Dinucci termina la sua lunga collaborazione con Il Manifesto dopo la censura di un suo articolo nel quale chiedeva di “aprire un dibattito sulla crisi ucraina” denunciando il piano strategico degli Stati uniti contro la Russia elaborato tre anni fa dalla Rand Corporation, un rifiuto di uniformarsi alla direttiva del Ministero della Verità che gli è costato la rimozione dell’articolo in pieno stile orwelliano (fra i punti stabiliti dal piano, “Anzitutto si deve attaccare la Russia sul lato più vulnerabile, quello della sua economia fortemente dipendente dall’export di gas e petrolio: a tale scopo vanno usate le sanzioni commerciali e finanziarie e, allo stesso tempo, si deve far sì che l’Europa diminuisca l’importazione di gas naturale russo, sostituendolo con gas naturale liquefatto statunitense. In campo ideologico e informativo, occorre incoraggiare le proteste interne e allo stesso tempo minare l’immagine della Russia all’esterno.” Non c’è che dire hanno realizzato tutto).

La fiera delle fake news di stato continua con fantomatici ‘massacri’ su obiettivi sensibilizzanti il benpensante (ospedali pediatrici, teatri, centri commerciali, asili – “I BAMBINI!!” – con morti totalmente inventati, asili e ospedali invece sgomberati da tempo e con violenza dagli stessi ucronazi per farne depositi di armi), un colpo di antiaerea ucraino e non un missile russo ha colpito il palazzo di Lungansk , e a Mariupol come altrove sono ‘paradossalmente’ (per l’euroatlantista borghese mediamente eterodiretto) proprio i russi cattivoni a mettere in salvo i civili usati invece come scudi umani dal loro stesso governo, cacciati nelle cantine senza acqua né cibo né luce né informazioni sui corridoi umanitari aperti e scippati delle loro case che vengono usate come perfette feritoie da cui sparare (ammazzando chiunque si rifiuti di farli entrare e lanciandone i cadaveri giù in strada, come raccontano gli abitanti di Mariupol intervistati, per i quali i russi sono liberatori). Come qualche acuto osservatore ha fatto notare, se i Russi fossero la NATO avrebbero fatto tabula rasa in pochissimo anziché condurre azioni chirurgiche e di bassa intensità con armamenti anche obsoleti, ma i Russi non sono la NATO e non solo non hanno velleità espansionistiche ridicolmente affibbiate loro dai corrispettivi guerrafondai del cosiddetto democratico occidente (godono di un territorio sconfinato e non densamente abitato, di riserve di minerali, di grano, di gas, hanno autosufficienza energetica, economica, alimentare e, soprattutto, spirituale) né soprattutto intenzione di danneggiare i civili. Tutto questo non lo vedrete né ascolterete in nessun canale di informazione mainstream, dopo la censura e chiusura di ogni voce non allineata (vedi Sputnik Russia Today), ma emerge dalle testimonianze dei civili messi in salvo dai russi attraverso i corridoi umanitari che vengono loro negati, delle famiglie che riescono ad uscirne senza essere massacrate a bruciapelo dagli stessi ucraini mentre cercano la salvezza allontanandosi in bicicletta o in auto dai territori devastati, grazie al prezioso lavoro dei due soli giornalisti italiani rimasti watchdog (cane da guardia) non lapdog (cagnolino da salotto) del potere: Vittorio Rangeloni Giorgio Bianchi, che il Donbass lo racconta dal vivo da almeno 8 anni, i quali rischiano la pelle ogni giorno per darci frammenti di verità taciute.

Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma colui per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso non esiste più”.
(Hanna Arendt, “Le origini del totalitarismo”)

Del resto è una fiction tv “Servitore del popolo” (in cui Zelensky interpreta un insegnante di storia di liceo che si batte contro la corruzione in politica e diventa proprio presidente dell’Ucraina, a breve anche sui nostri schermi) ad incoronare Zelensky alla presidenza (“Servitore del popolo” è anche il nome del partito da lui fondato nel 2017) in una oscillazione liquida fra realtà e rappresentazione, da comico e spogliarellista improvvisato a criminale di guerra che non solo permette ai nazisti di ammazzare il suo stesso popolo ma richiede a gran voce la terza guerra mondiale (no fly zone) in uno European war tour NATO-diretto in esclusiva per il pubblico occidentale, italiota in particolare, e i cui discorsi sono predisposti direttamente dai suoi sceneggiatori come l’onesta felpetta e gli sfondi fittizi da cui li propina. Attore che si è portato al governo co-fondatori e produttori della società di intrattenimento televisivo Kvartal 95 Studio, finanziata dall’oligarca ebreo Ihor Kolomoyskyi che ha finanziato ancheil battaglione Azov, e tutti questi soggetti (di una fiction contro la corruzione) sarebberocoinvolti in transazioni milionarie tramite società stabilite in paradisi fiscali come rivela l’inchiesta giornalistica dei Pandora Papers pubblicata dal Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICJI) nell’ottobre 2021. Ma anche qui, c’è corruzione e corruzione, e alcuni oligarchi sono più uguali degli altri. Di certo, la realtà ha di gran lunga superato la fiction.

Ricordiamo en passant che la mozione presentata all’ONU a novembre 2014 dalla Russia contro la glorificazione del nazismo fu votata con 115 favorevoli, 3 contrari (guarda caso Ucraina, Canada e Stati Uniti) e 55 astenuti (fra cui l’Unione Europea, per la quale il nazismo evidentemente non è più il male assoluto).

Sulle “tante unanimi bugie in simultanea mai viste neppure in tempi di guerra fredda” ci metteva in guardia il lucido Giulietto Chiesa già 8 anni fa a Settembre 2014, pochi mesi dopo il golpe nazista in Ucraina: “Percepite quello che ho percepito io? In Ucraina è cominciata la Terza guerra Mondiale”

L’ipocrisia, la superficialità e i ‘malvagi per pigrizia’.Il Prof Mamone Capria, già vittima di censura della post-democrazia pandemica, in una lettera aperta ai colleghi qualche settimana fa scriveva “Ha detto un moralista francese del XVII secolo che l’ipocrisia è l’omaggioche il vizio rende alla virtù.L’Italia oggi sta morendo anche diipocrisia, e penso che in generale ma soprattutto tra i lavoratori della conoscenza, chi può permetterselo, e fintanto che può, dovrebbe evitare di contribuirvi.

Questo paese ha dato prova di essere ancora una volta il terreno di sperimentazione perfetta, nello spirito e nel corpo, con la sua plebe assolutamente etero-dirigibile e tanto rabbiosa quanto ipocrita nella viltà dell’abdicazione alla scelta. La stragrande maggioranza degli italiani è costituita dagli ignavi che Dante colloca nel canto terzo dell’Inferno, coloro che durante la loro vita non hanno mai agito né nel bene né nel male né hanno osato avere un’idea propria limitandosi ad adeguarsi sempre a quella del più forte. Sono gli ignavi che, ricordando Hanna Arendt, potremmo definire tristemente “malvagi per pigrizia” (La triste verità è che molto del male viene compiuto da persone che non si decidono mai ad essere buone o cattive). È la superficialità ad aver creato una massa totalmente de-empatizzata e se solo il bene ha profondità, come scrive la Arendt, allora è nostro dovere come esseri umani coltivare la profondità, andare a fondo nella conoscenza, e quindi nella coscienza, per poi risalire ed avere una visione d’insieme che sia non certo la verità ma sua costante ricerca, non la dottrina dell’Uno ma l’esercizio del Due (‘dubbio’ dal sanscrito dva o dvi = due). L’esercizio di quel puntinismo che ci insegna che tanti puntini formano un ‘quadro’ e che più che una rappresentazione è strumento di conoscenza della percezione visiva, partendo dalla constatazione che ogni colore influenza ed è a sua volta influenzato da quelli vicini. Questo comporta la complessità come cifra epistemica del presente che necessita di occhiali di lettura articolati e in relazione fra loro, non certo appiattiti su istantanee imposte e materialmente taroccate dalla propaganda o dallo stesso capo della comunicazione ucraina, un berretto verde messo lì dallo stesso Biden, come pure tutto il governo di Zelensky, come ci svela Franco Fracassi che da tempo indaga le relazioni pericolose fra Biden e i gruppi di potere ucraini infiltrati dai nazisti, passando per la Burisma e i 194 laboratori ai confini della Russia. L’Ucraina di oggi, ci spiega Fracassi, è dunque figlia dell’azione di Biden, un paese governato da nazisti portati al potere direttamente dagli USA.

Ecco lo sguardo della complessità oltre la facile psichiatrizzazione del dissenso, tipica del MiCulPop, già collaudata in 2 anni di plandemia. Per questo è apprezzabile che sia stato un giornale mainstream come Panorama a parlare del problema dell’estrema destra in Ucraina che la Russia denunciava come una delle motivazioni del suo intervento volto denazificare una terra in ostaggio dei battaglioni da almeno 8 anni, illustrando in un lungo articolo di Elisabetta Burba tutta l’iconografia nazista e antisemita all’interno degli affreschi delle chiese ucraine e le scenette antisemite per i bambini.

Connettere i puntini. Tra i fatti (non opinioni) la cui conoscenza è importante per comprendere l’iniziativa russa, fatti che vengono puntualmente taciuti, c’è in primis l’annosa questione del Donbass, da cui era arrivato un allarme per la recrudescenza della guerra nelle crudeltà sui civili vittime anche di torture che non vedrete mai nel mainstream (adulti e ragazzini spogliati e legati ai pali con nastro adesivo, con una palla in bocca per non sentirne le grida, per non parlare dei soldati russi vittime di crocifissioni, sgozzamenti, arti segati e occhi cavati in totale violazione della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra). Lo schema, sottolineano le poche voci indipendenti, è lo stesso usato in Siria, dove l’Isis è creatura USA armata in funzione antisovietica e l’intervento russo arriva a finire e non iniziare l’azione bellica. E se la reductio ad hitlerum di Putin è già paradossale oltre che superficiale se consideriamo che alla Russia il nazismo è costato un tributo di 25 milioni di morti (interessante in questo senso l’ultima folle demonizzazione della lettera Z, il nastro di San Giorgio che sconfisse il drago, simbolo adottato per ricordare la sconfitta del nazismo di cui i russi si fregiano con orgoglio dal 2014 contro la rinascita del nazismo alle porte di casa), aggiungiamo al pentolone l’espansione della Nato fino ai confini dell’ex Unione Sovietica con dispiegamento di sistemi di lancio in Ucraina che renderebbero Mosca raggiungibile da un missile ipersonico in 5 minuti (ci ricordiamo della crisi dei missili di Cuba? Ma lì le parti erano invertite e la minaccia era rivolta alla parte ‘buona’ del mondo…) e le recenti importanti esercitazioni NATO in territorio ucraino (benché ancora non parte dell’Alleanza Atlantica). Alla linea rossa superata si aggiunge la minaccia di guerra biologica con risvolti che coinvolgerebbero anche l’Italia nella collaborazione di medici italiani con l’IKEVUM di Kharkiv gettando luci ancor più sinistre sulla narrazione pandemica passata e su minacce future di uso di armi biologiche che qualcuno starebbe paventando e sventolando come false flag attribuibile ai russi per una ulteriore escalation su scala mondiale.

Sulla questione dei laboratori, dapprima ferocemente negata poi ammessa di fronte alle evidenze anche dalla narrazione ufficiale, aveva rotto il silenzio FoxNewsLe indagini condotte dal Comitato Investigativo della Russia hanno dimostrato poi il coinvolgimento diretto del Pentagono nello sviluppo di componenti di armi biologiche in Ucraina, e personale del figlio del Presidente, Hunter Biden, quello del laptop dello scandalo, nel finanziamento della creazione di agenti patogeni nei laboratori ucraini. La questione, poi ammessa dalla stessa sottosegretaria di Stato Victoria Nuland (colei che durante l’Euromaidan distribuiva dolcetti ai ‘resistenti’ e che, intercettata durante la decisione a tavolino sulla futura composizione del governo filoatlantista postgolpista, liquidava eventuali ostacoli da parte dell’UE con l’elegante “Fuck the UE!” si fotta l’Unione Europea)

Come ben riassume Francesco Amodeo, con il sacrificio del popolo ucraino, e la collaborazione del popolo italiota inconsapevole, gli USA sono riusciti ad ottenere ciò che avrebbero potuto raggiungere solo con una guerra mondiale: facendo combattere questa guerra da altri, sono riusciti a separare la Russia dall’UE, porre fine al gasdotto North Stream 2 ed esportare il 50% del loro gas in Europa (con buona pace degli ambientalisti gretini sui rischi e danni del fracking per estrarre il gas di scisto e sui costi di trasporto del gas liquefatto). Aggiungiamo lo sdoganamento del grano OGM sulle nostre tavole ed il quadro è un capolavoro. Nel frattempo la Russia, immune alla globalizzazione, ribalta le sanzioni trasformando i grandi marchi del consumismo occidentale in franchising di prodotti russi e iniziando la de-globalizzazione e la de-dollarizzazione (con il pagamento della fornitura del gas in Rubli eancorando il rublo all’oro), stringendo alleanze in un mondo che da unipolare sta diventando multipolare. Che ruolo avrà l’Italia in questo nuovo mondo multipolare se resterà colonia NATO?

Da “non ti vaccini, muori” a “non odi la Russia, muori”. Intellettualmente di certo. Anche se sei già morto, come il grande Dostoevskij. L’assurdo divieto al prof Paolo Nori di fare lezione su Dostoevskij non è che l’inizio di una russofobia creata e alimentata ad arte dagli stessi oligarchi dell’informazione e che ci ha costretto ad assistere a una serie di azioni barbare e indegne di un paese che non si può ormai dire più civile: l’epurazione riservata dalla Rai a chi osi dare una visione appena più complessa della tifoseria del solito divide et impera come il prof Orsini; l’esclusione dei disabili russi dalle paralimpiadi e persino dei gatti russi (i gatti!) dalle competizioni; la copertura delle statue del cosmonauta Gagarin, primo uomo nello spazio; la minaccia di esclusione da Wimbledon 2022 per i tennisti russi, Daniil Medvedev Andrey Rublev se non “abiurano” dissociandosi pubblicamente da Putin; in certi locali si rischia grosso persino a chiedere un Moscow Mule o un White Russian, mentre un ragazzino viene picchiato nel bresciano perché russo (dopo anni di bla bla su bullismo e inclusione) e una studentessa disabile è cacciata dallo studio del suo medico per lo stesso motivo. Ma è nell’arbitrario sequestro delle proprietà degli oligarchi russi in Europa che possiamo vedere le connessioni con i piani delle élite nel solco del Great Reset, con l’attacco frontale alla proprietà privata, già overtonizzato dal blocco dei conti dei camionisti canadesi in protesta contro le restrizioni (“non avrai nulla e sarai felice” e controllabile, ovvio), attacco che si configura nei ceti più bassi con la riforma del catasto e l’impoverimento intenzionale e sistematico che non dipende dalla guerra, ma da decisioni prese dall’alto, passando per la digitalizzazione forzata quindi a maggiore controllo (ecco il credito sociale cinese cui hanno vincolato il lasciapassare e che ora rispunta nei citizen wallets a Roma come a Bologna, anglicismo coloniale per la tessera della premialità in base all’obbedienza, secondo i diktat dell’Agenda 2030). E se gli oligarchi dell’Occidente si chiamano filantropi, nel lavaggio in neolingua del bipensiero, di ben altre oligarchie si dovrebbe preoccupare l’Europa, in particolare dell’oligarchia dell’informazione che concentra tutto nei grandi gruppi come GEDI (Giorgio Bianchi mette in guardia anche sulla globalizzazione dell’informazione che mette a frutto il data mining della profilazione volontaria attraverso i social – quello più militarizzato di tutti, Facebook, viene da un progetto DARPA – infiltrandoli dopo aver incensato di autorevolezza da mainstream gli influencer che possono poi tornare a spargere menzogna spacciandola per verità ).

La campagna di odio nei confronti di tutto ciò che è Russo trova sua iperbolica eco nelle parole costate una querela da parte dell’ambasciatore russo in Italia ancora al quotidiano La Stampa che in un articolo auspicava l’uccisione fisica del presidente Putin. Capro espiatorio perfetto.

Tornando alla damnatio memoriae, un cartello a Mosca recita: “In alcuni Paesi hanno deciso di non interpretare Šostakovič, noi invece abbiamo deciso che la musica di Vivaldi è sempre bellissima. Non si può cancellare la cultura”. La differenza fra questo tipo di messaggio e una propaganda che si vanta di una sempre più grezza e isterica Cancel Culture in perfetto stile MinCulPop orwelliano che adatta il passato al presente per controllare il futuro, è abissale. I barbari siamo noi.

Dalla pandemia alla carestia. La guerra è dunque innanzitutto cognitiva, dove il territorio da conquistare è l’uomo nel suo essere mero recipiente di uno storytelling che ha preso il posto di qualunque residuo di informazione. Lo storytelling pandemico resterà in questo senso modello archetipico della manipolazione dell’informazione a senso unico, della parola dogmatica e ossimorica: dal medico (in)curante alle bombe di pace il passo è stato breve. E mentre il mondo dei pacifinti insanguina la terra parlando di pace, arma i nazisti che uccidono i civili sventolando bandiere giallo-blu in assembramenti non repressi con manganellate o idranti e prontissimi a passare dalle mascherine all’elmetto (i 12 miliardi non andranno a finanziare solo i nazisti ma anche l’esercito europeo che potrà così sedare ogni dissenso interno, con buona pace, appunto, del caro bollette e dell’inflazione in arrivo, le sanzioni sono per noi non certo per la Russia che se la sta cavando benissimo), l’Organizzazione Mondiale della In-sanità sforna in sordina un “Trattato Pandemico “ per il 2024 che verticalizza ulteriormente ogni decisione e prosegue la normalizzazione del format emergenziale. Il consolidamento del nuovo ordine totalitario necessitava di un passaggio narrativo, sempre sfruttando la paura e l’identificazione del capro espiatorio come forza motrice delle masse ormai ipnotizzate, ma il racconto, la grande narrazione, è la stessa. Non sono pochi ad aver notato che la geopolitica della pandemia coincide con quella della guerra, e che i paesi che hanno adottato le maggiori restrizioni sono anche gli stessi che sembrano fare di tutto per fare la guerra al proprio popolo, che sia con le bombe o con azioni suicide quali l’applicazione di sanzioni.

Ma i cervelli italioti frullati a dovere in questi due anni di pandemenza, grafenizzati, prionizzati ed ora riempiti dal nulla ipocrita e dalla dissonanza cognitiva ed emotiva (i bambini ucraini valgono più di quelli serbi o anche di quelli italiani esclusi da mezzi pubblici, attività ludiche e attività sportive), sembrano non riuscire proprio a vedere, neppure ora che anche il CTS, la famigerata cabina di regia che mandava droni all’inseguimento di solitari camminatori e arrestava i fuggitivi a un metro da casa, ha ammesso candidamente nelle parole cristalline di Donato Greco che ogni limitazione è stata inutile.

E cosi, mentre finisce lo stato di emergenza già illegittimo reso ancor più beffardo perché protratto per sostenere e finanziare una guerra in un paese neppure parte dell’UE né della NATO (del 31 marzo l’ennesimo schiaffo all’art 11 della Costituzione col voto di fiducia), il 1 aprile si aprono nuove finestre di Overton, con l’inedito stato di “inidoneità all’insegnamento” che punisce e relega i docenti rimasti con la schiena dritta in sgabuzzini per evitare contatti con gli alunni. Si chiama “demansionamento”, cioè rieducazione all’obbedienza con gogna pubblica per chi ha fatto dell’insegnamento la propria vita (Montessori aiutaci tu), il che potrebbe aprire scenari ancor più grotteschi di quelli dei nostri medici vessati e lasciati a morire di inedia con le loro famiglie per non aver ceduto al ricatto del siero assassino (come sta emergendo dallo Pfizergate e come ammesso persino da quell’edificio di corruzione, così Kennedy li definì, dei CDC di Atlanta, an edifice of fraud, che ci avrebbe privato dei dati per non urtare la nostra sensibilità nella piena adesione al diktat inoculatorio) e presto rimpiazzabili per decreto da quelli ucraini senza battesimo vaccinale e senza bisogno di alcuna equipollenza di titoli. Ma si aprono anche, dall’altro lato, più pericolose finestre con la parallela sottrazione alle generazioni future, già rivelatesi le più vulnerabili all’obbedienza anestetica al verbo unico, di quegli strumenti del pensiero che potrebbero poi rivelarsi strumenti di azione e di cui proprio la scuola dovrebbe farsi baluardo, quali lo studio della filosofia: è notizia di ieri la sua eliminazione dai programmi spagnoli, in favore di diritti lgbt ed ecofemminismo.

Come dico spesso, lo studio della filosofia e la lettura dei distopici sarebbero di per sé il vaccino contro ogni dogmatismo e totalitarismo: l’esercizio del pensiero e la rappresentazione delle distorsioni del suo divieto. Spetta a ciascuno di noi seminare ove possibile il dubbio e bucare il telo di questo Truman show, esporre la narrazione e difendere gli strumenti di conoscenza del reale per navigare in questo presente distopico e dispotico, ripristinare il passato e salvaguardare il futuro.

Perché la conoscenza è un’arma e chi ha gli occhi aperti, non li chiude più.

Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Siate il peso che inclina il piano. Siate spesso in disaccordo perché il dissenso è un’arma. Siate sempre informati e non chiudetevi alla conoscenza perché anche il sapere è un’arma. Forse non cambierete il mondo, ma avrete contribuito a inclinare il piano nella vostra direzione e avrete reso la vostra vita degna di essere raccontata. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai” (Bertrand Russell)

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